Incapibile.

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Ci sono posti che sono fatti per non essere capiti.
Una panchina mezza marcia in riva ad un lago, di quelle con le assi scostate, che quando ti siedi ti si impiglia il cappotto. Quelle tutte piene di segni, tanto vecchie da sembrare cedere. Quelle fatte di un legno talmente vecchio che rimane perennemente umido e che prima di sederti passi la mano per accertarti che non sia sporco, ma solo macchiato dal tempo.
Quello è il mio posto incompreso.
Ci sono passata davanti un pomeriggio di fine inverno, quando il sole cominciava a scaldare le guance, e sembrava che quella panchina volesse raccontarmi una storia.
Come se lì avesse dovuto accadere qualcosa che in realtà non è mai successo.
Ma ho solo rallentato, non mi sono fermata e tantomeno non mi sono seduta.
Nei giorni successivi mi è tornata in mente l’immagine di quella panchina e l’atmosfera che portava con sé, ma non mi ricordavo più come arrivarci. Era diventata un po’ un’icona, come le illustrazioni dei libri di fiabe, un posto quasi fatato nella mia immaginazione a cui più che collegare ricordi, annodavo desideri di momenti che avrei voluto accadessero.
Finché mesi dopo la ritrovai, durante un’altra passeggiata senza meta.
La stagione era cambiata ma lei doveva raccontarmi ancora la stessa storia.
Quella volta mi sedetti e vidi che il panorama da lì era tutto un’altra cosa.
Forse avrei dovuto sedermi lì prima ed aspettare. Forse incrociando le gambe e osservando il tramonto per qualche minuto da lì avrei fatto andare gli eventi in modo diverso.
Forse sedendomi lì avrei incontrato qualcuno di importante, o rincontrato qualcuno che era stato importante.
Forse..
O forse semplicemente io quella panchina non l’ho mai capita, magari lei voleva solamente mostrami un bel tramonto e io volevo solo una scusa per fermarmi ed aspettare.

Ci sono persone che non riuscirai mai a capire.
Che come quella panchina credi che ti possano mostrare un determinato tipo di paesaggio e invece ti invertono ogni punto di vista. Sono quelle che sbaragliano ogni tua impressione, ogni tua intuizione ogni volta che le incontri. Sono quelle di cui non riesci a scrivere, che anche se vuoi raccontare di loro non sai mai il motivo o la conclusione a cui vuoi giungere.
Sono i protagonisti delle bozze buttate nel cestino, i personaggi dei racconti lasciati incompiuti, le comparse nelle storie di cui sai che prima o poi ci sarà un film dedicato ma che non hai la minima idea di che cosa possa trattare.
Io le chiamo le persone con gli *asterischi accanto al nome. Come se per loro fosse sempre necessaria una spiegazione. Come se per loro tu debba aggiungere sempre qualche parola per approfondire il tuo punto di vista.
E tu ne sei ossessionato, come un enigmista con i suoi indovinelli, come un rompicapo che non riesci a risolvere. Non ti stanchi mai di confrontarti, di coinvolgerle nella speranza di riuscire a svelarle.
Quelle solo le persone che davvero ti cambiano, perché ti mettono perennemente in discussione, perché ti dicono sempre ciò che non ti aspetti, o a volte che semplicemente non vorresti sentire.

E più passa il tempo, più ti accorgerai che ogni tentativo che hai fatto per risolvere il mistero è stato vano.
Che ogni volta che ti sei seduto su quella panchina e hai contato fino a dieci, venti, cento in attesa di un segno è stato inutile.
Che ogni volta che hai pianto, ti sei arrabbiato, illuso con quella persona è stato tutto tempo sprecato.
Perché quella è solo una panchina mezza marcia dalle assi scostate e non può cambiare la tua vita.
Perché quella è una persona troppo diversa da te e non puoi cambiarla per adattarla alla tua vita.
Perché certe cose non vanno capite, ma vanno solo osservate e oltrepassate, come durante quella camminata invernale.

Hey, little kid.

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Ehi ragazzina, la smetterai mai di non sentirti all’altezza?
La smetterai mai di pensare che sia tutto inutile, che sia troppo tardi e che niente ti appartenga?
La smetterai mai di sbattere la testa sempre contro lo stesso muro?

Se solo tu trovassi la forza di guardarti indietro per vedere quello che hai conquistato e costruito e non quello che hai sbagliato o perso…
Se solo tu avessi il coraggio di metterti in gioco e di saltare da quel dannato precipizio senza avere sempre quella terribile paura del futuro…
Se solo…

Ehi ragazzina, perché ti senti in gabbia? Cosa ti frena? Cosa temi così tanto? Cos’è quella paura così grande che non ti lascia dormire la notte?
E non dirmi che ti senti persa, non dirmi che ti sembra tutto così immenso, così irraggiungibile…

Basterebbe solo che tu alzassi gli occhi e ti guardassi allo specchio.
Basterebbe solo che la smettessi di piangere e che osservassi attentamente quel vetro riflettente per vedere la donna che sei diventata.
Basterebbe solo riporre la fiducia in quella tua testa dura, piena di sogni e quel tuo cuore temerario.
Basterebbe solo credere in quella dedizione che hai nel fare ogni cosa e in quella passione che metti in tutti i progetti.

Ehi ragazzina, alza il volume della musica.
Voglio vederti ballare, voglio sentirti cantare a squarciagola ogni parola di quel cd che hai consumato a forza di ascoltare.
Alza il volume e chiudi gli occhi.
Lo senti? Lo senti il tuo cuore che batte?
Non segue il rullante della batteria, né il giro di basso né tanto meno l’assolo della chitarra.
È fuori tempo. Come i tuoi sogni, i tuoi desideri, i tuoi progetti. Come te.
Segue il suo ritmo, il tuo ritmo, e non c’è migliore canzone al mondo. Sei troppo giovane per capirlo, e troppo grande per non interessartene, ma la vita è fatta così, non ci devi trovare un senso, devi solo alzare il volume e ballare.

Ehi ragazzina, me lo fai un sorriso?
Uno dei tuoi, uno di quelli con cui hai conquistato il mondo.
Ecco, perfetto, proprio quello cercavo.. e adesso, non smettere più.

Wilder Mind.

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Mi hanno insegnato che crescere significa scegliere.
Ogni volta che prendiamo una decisione intraprendiamo un percorso piuttosto che un altro.
Siamo gli artefici del nostro destino.
Ciò che non mi hanno detto però è che c’è un aspetto più complicato da non sottovalutare: scegliere a volte significa anche fare compromessi con la vita per il quieto vivere.
È la vita non guarda in faccia nessuno. La vita ti sfida continuamente, ti mette alla prova e a volte è davvero spietata.
E con i primi colpi magari finisci a terra, poi però impari anche ad incassare.
Ed ecco che ad un certo punto ti senti un po’ altalenante tra chi vorresti essere e chi la vita ti ha fatto diventare.
Perché purtroppo a volte il destino tira delle palle curve che tu non riesci proprio a colpire e qualche partita la perdi.
E rimani in bilico, oscilli, tra ciò che vorresti credere e ciò che invece rincorri.
Contesti che non ti appartengono che diventano la tua abitudine, e tu che impari a giocare anche in quelle situazioni che mai avresti creduto di affrontare.

Dicono che maturare significa saper anche scegliere quale partita è degna di essere affrontata e quale persona veramente vuoi essere lasciando da parte il resto.
Ma è davvero corretto? È davvero giusto abbandonare quella parte di te che non era nei tuoi progetti ma che comunque ti ha permesso di superare parecchie tempeste senza uscirne troppo devastata?
Perchè, anche se lo volessi, ormai quella parte di te è indispensabile.
È quell’adrenalina che ti sale quando ti senti il terreno tremare sotto i piedi, quella forza che ti fa agire o reagire quando il cielo si ingrigisce.
È il tuo guscio duro, la tua protezione.

Raccontano che non potrai amare veramente qualcuno se prima non impari ad amare te stesso, con un amore incondizionato, che comprende le tue debolezze e non si arrende ai tuoi errori.
Perchè in fondo tu puoi essere tutte quelle piccole cose che gli altri non sanno.
Tu oltre ad essere i tuoi traguardi, le tue vittorie, i tuoi trionfi, le tue gioie, le tue soddisfazioni, sei anche tutte le tue tentazioni, i tuoi dubbi, le tue incertezze e i tuoi tentennamenti.
Sei anche tutte le tue rese, le tue sconfitte, le tue rivincite, e non importa, non importa davvero. Nessuno tiene un punteggio, nessuno controlla se hai seguito il programma.
L’importante è che tu sia felice alla fine, è l’unica cosa che conta.

E vorrei davvero dire che con gli anni sono diventata una persona migliore, ma tutto quello che mi è concesso è dire che sono semplicemente più forte.
E sì, sono felice di chi sono, alla fine, anche se non era nei piani.

Lovely home.

È una cosa che accade piano piano.
Lasci la maglia del pigiama da lui, così non te la devi sempre portare.
Impari qual è l’interruttore del bagno senza far diventare la casa una discoteca ogni volta.
Rispondi “io” al citofono, quando suoni il campanello.
Diventi parte del suo mondo, dei suoi giorni con la semplicità con cui lui usa il plurale quando fa progetti.
E tutte le volte che lo guardi, tutte le volte che ti guarda e sorride, sei sicura, senza il benché minimo dubbio, che ti ama. E non esiste niente di più meraviglioso.

Accade tutto piano piano.
E non importa quanta forza hai usato per fare in modo che non avvenisse.
E non importa quante volte hai cercato di evitarlo per la paura di finire inerme, addormentata tra le sue braccia.
Non importa più, ormai.
Perché adesso lo sai, lo sai che lì sei al sicuro, che quello è il tuo posto, e che lì sei al posto giusto.
Non importa se hai pianto, se hai dubitato di te stessa, di lui, di voi.
Non importa se per qualche istante non ci hai creduto davvero, o hai pensato di mollare.
Non importa perché adesso hai un posto nel suo armadio per il tuo pigiama, un posto preferenziale tra i suoi progetti e il posto giusto nel suo cuore.
Non importa perché se davvero si vuole piano piano tutto si sistema.

È una cosa che accade piano piano.
Lui si addormenta accanto a te e tu hai un’irrefrenabile voglia di dirgli che stai bene, che sei felice e che lo ami.
Così prendi un foglio e scrivi.
Come se fossi a casa.
Perché ti senti a casa.
Perchè ti fa sentire a casa.

Never end.

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Erano avvolti nel piumone mentre fuori soffiava un vento gelido.
Lui le accarezzava i capelli e mentre la guardava, lei si chiese come aveva fatto ad arrivare fin lì.
Si chiese dove fosse cominciato, in quale momento avesse iniziato ad amarlo.

Sì perché all’inizio non era così.
All’inizio c’erano dubbi e incertezze.
All’inizio aveva persino pensato che non ne valesse la pena, aveva pensato di lasciar perdere.
Ma poi?

Lui la strinse forte a sé e le baciò la fronte.
“Tesoro, a cosa stai pensando?”
“A niente.”

Poi c’era stata una sera in cui si era morsa la lingua per non fare uscire quelle parole che continuavano a risalire per la gola.
C’era stata una sera in cui non aveva smesso un attimo di baciarlo pur di non parlare.
E lì era già troppo tardi.

“Sicura di non avere niente? Sei troppo silenziosa oggi..”
“No tranquillo, sto solo riflettendo..”

Ma qual era stata la scintilla? Cos’era successo di così stravolgente?
Lui se n’era quasi andato e lei aveva deciso di non rincorrerlo.
Quasi, perché si era pentito subito della decisione.
Se lo ricordava bene quel giorno, quel momento in cui lui tornando le aveva chiesto scusa ma lei poco ci aveva creduto. Se lo ricorda bene quel bacio un po’ insipido, se lo ricorda bene quell’istante.
E no, lì non avrebbe mai ammesso di amarlo.

“Riflettendo su cosa?”
“… Su di noi!”
“Perché c’è bisogno di riflettere?”
Lei non rispose ma continuò a farsi coccolare e a respirare il suo profumo a pieni polmoni.

Ma poi a quel bacio ne era seguito un altro, ancora uno e un altro ancora. Lui giorno dopo giorno costruiva le fondamenta dal loro castello, le dimostrava di non volersene più andare e di voler combattere, per lei, per loro.
E un giorno la baciò in un modo diverso, e anche quell’attimo lei non se lo scorda mai.
Lui non si era arreso e aveva distrutto tutte le barriere, tutte le muraglie che lei aveva costruito intorno al suo cuore. Lei non doveva più difendersi, ormai aveva il suo cavaliere.

“C’è qualcosa che vuoi dirmi?”
“Sì… Lo sai che ti amo?”
“Certo, me l’hai detto poco fa!”
“No, non è la stessa cosa. Per me non è più lo stesso.
Al ti amo di poco fai hai aggiunto, una carezza, due baci, un abbraccio e la tua preoccupazione per me.
E ogni volta, ogni istante che tu mi dedichi, tutto questo diventa più grande. E io ti amo un po’ di più.
Riflettevo su come tutto è iniziato, per scoprire che era già cominciato tutto prima ancora che tu mi baciassi la prima volta.
È iniziato tutto quando siamo iniziati noi.
Ho cominciato ad amarti la prima volta che mi hai sorriso, perché io quel sorriso me lo ricordo ancora.
E continuo ad amarti per ogni sorriso che fai e che mi fai fare.
Riflettevo su come tutto è iniziato, per scoprire che l’unica cosa di cui mi importa adesso è che tutto questo non finisca, mai.”

Only One.

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Sei una di quelle persone che si aspetta come si aspetta la neve a Natale.
Che poi, quando per incanto arriva, rende tutto più magico.

Sei una di quelle persone che si tengono strette come un bambino stringe il suo orsetto di peluche per addormentarsi
Che senza non riesce più a dormire.

Sei una di quelle persone che si cercano come si cerca la storia giusta da leggere tra le mille racchiuse in una biblioteca.
Che poi, quando si trova, si rilegge all’infinito fino a saperla a memoria.

Sei una di quelle persone di cui non ci si stanca mai come non ci si stanca mai di un tramonto in riva al mare.
Che in qualunque stagione, fa vibrare il cuore.

Sei una di quelle persone che sorprendono come l’arcobaleno dopo la tempesta.
Che poi, non importa quanto ha piovuto, non importa se ti si è rotto l’ombrello e sei bagnato fradicio, un sorriso ti scappa sempre.

Sei una di quelle persone inaspettate come quella canzone che non sentivi da una vita ma che lo shuffle dell’iPod ti riporta a galla.
Che poi, possono essere passati anche anni, ma te ne ricordi ogni singola parola.

Sei tutto questo, e anche di più.
Perciò, oramai, non sei più solo una di quelle persone, ma sei diventato quell’unica persona che è in grado di darmi tutto questo, e forse anche di più.

Love drunk.


E poi la guardò.
E il suo sguardo disse tutto ciò che quei due non erano mai riusciti a dirsi.
Affondò i suoi occhi marroni tra il celeste di lei come la sabbia che si lascia trasportare dal mare.
Quello sguardo raccontava già tutto ciò che non avevano avuto ancora il coraggio di iniziare.
La bocca fremeva immobile e quegli occhi parlavano.
Parlavano di lui, delle sue paure.
Chiedevano di lei, delle sue speranze.
Narravano di loro e di ciò che avrebbero potuto essere.

E poi la guardò.
E lei ferma, si fece guardare.
Come se i loro sguardi si fossero aggrovigliati tanto da diventare un’unica matassa.
Cercava il suo riflesso negli occhi cromati di lui, cercando di sentire il rumore leggero di quello sguardo così profondo, così delineante.
Mostrò le sue sfumature blu più incantevoli e lasciò che le sue onde sfiorassero o poi insediassero quella sabbia dai riflessi oro.
Sparì la sua tempesta e il sole tornò a splendere.
In un istante. In uno sguardo.

E poi la guardò.
E lei, sempre immobile, sorrise.
E lui la imitò.
Come se non ci fosse nient’altro da fare.
Come se ogni parola fosse limitante.
Come se tutto fosse già stato detto.
Come se niente si potesse spiegare.

Loro si guardarono.
Con uno di quegli sguardi che toccano, che segnano, che tagliano, che bruciano.
E si misero a ridere.
Come se niente avesse più senso, o come se tutto finalmente lo avesse.

E tu, che gli osservi seduto da una panchina, mente si sfiorano appena con le mani, mentre si guardano e ridono senza aver detto nulla, puoi solo pensare:
Sono ubriachi.

Sì, ubriachi di sguardi.
Ubriachi di sogni.
Ubriachi di loro.